Category Archives: Iniziative & Assemblee

8 MARZO CONVEGNO SULLA VIOLENZA DI GENERE A TEVEROLA

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Stamattina 8 Marzo 2017 convegno della Cub, in Campania Ad Aversa provincia di Caserta, non una di meno, il convegno ha visto la partecipazione degli Avvocati Iorio Alessia Lavorista, Ciro Passaretti Penalista, i medici del centro H. BERGER di Aversa, i psicologi/ Terapeuti Michele Schiano Di Pepe, Gagliardi Diletta, Coscione Annalisa, con la partecipazione mia, e del Coordinatore Nazionale Cub Amendola Marcelo, in tanti hanno partecipato ad un tema delicato e sensibile quale è la violenza di genere, perché riguarda tutto e tutti, un mondo fatto di soprusi e discriminazione, tra uomo e donna, gli interventi hanno toccato tante realtà del mondo lavorativo a quello domestico, ad arrivare al femicidio, ma bisogna ancora parlarne, in una società civile nel 2017 non si può arrivare che il modo di comunicare e l’abuso o le minacce o il sopruso. Sicuramente ci saranno altri incontri per parlare del tema della donna nella società.

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SCIOPERO GENERALE: DOMANI 18 OTTOBRE ALLE ORE 12.00 VOLANTINAGGIO CON PRESIDIO DAVANTI ALL’UNIVERSITA’ DI SALERNO A FISCIANO PER INFORMARE I LAVORATORI E GLI STUDENTI SULLO SCIOPERO GENERALE DEL 4 NOVEMBRE

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Domani ore 12 davanti all’ingresso principale dell’Università di Fisciano (SA), effettueremo il volantinaggio con presidio per lo sciopero generale del 4 novembre. No alle Guerre esterne e quelle sociali interne.

Partecipa anche tu.

Passa dalla tua parte passa alla CUB

Solidarietà a Mimmo Mignani e ai colleghi Fiat licenziati.

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Domani il tribunale di Nola valuterà il riesame del ricorso presentato dai cinque operai della Fiat licenziati due anni fa dopo aver manifestato contro Sergio Marchionne.

Avevano ‘impiccato’ Marchionne dopo il suicidio di una collega. Con un atto che purtroppo ha molti precedenti Fiat decise di licenziare i 5 operai deportati insieme ai 316 lavoratori presso il reparto confino di Nola, accusati di aver inscenato il finto suicidio di Marchionne dopo quello vero di una lavoratrice che lottava per il suo diritto al rientro in fabbrica e contro le sevizie di anni di reparti confino e cassa integrazione.

Incitazione alla violenza e grave nocumento morale ai vertici dell’azienda!!! Di questo sarebbero responsabili i CINQUE operai! Un manichino, una maschera e una finta bara sarebbero gli strumenti di tale “violenza” e “grave danno morale”.

Il fatto gravissimo è che vengono licenziati quattro lavoratori che denunciavano la sequela di suicidi che costella la storia vergognosa di Fiat, ultimo quello di Maria Baratto. Sono stati oltre duecento i suicidi tra i cassintegrati fiat dopo il 1980.

Il padrone Marchionne non consente la libera espressione del dissenso né in azienda né fuori dai cancelli.

Il suo dominio non ammette interferenze, piccole o grandi che siano.

Per sensibilizzare l’opinione attorno a questo caso, Mimmo Mignano, uno dei licenziati è salito su una delle ciminiere dell’Italsider ad oltre 100 mt. di altezza.

MIMMO MIGNANO RISCHIA LA VITA PER PROTESTARE CONTRO i LICENZIAMENTI POLITICI VOLUTI DA MARCHIONNE. SOLIDARIETÀ A QUESTI OPERAII CHE DA ANNI SUBISCONO SULLA LORO PELLE, LE POLITICHE REPRESSIVE DI MARCHIONNE E DEL SUO AMICO DI RENZI

 

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ASSEMBLEA PUBBLICA. Sabato 5 Marzo Aula Consiliare. Pomigliano d’Arco

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Portare l’Italia fuori dal sistema di guerra. Applicare l’articolo 11 della Costituzione Giù le mani dal diritto di sciopero.

relazione introduttiva

Concepire un mondo senza guerra è il problema più stimolante al quale il genere umano debba far fronte. È anche il più urgente.

I leader internazionali non stanno eseguendo il loro compito più importante: assicurare e preservare la salute e la vita della civiltà umana”, essi non stanno rappresentando gli interessi del popolo, ma quello del capitale.

La maggiore sfida dei prossimi decenni consisterà nell’immaginare, progettare e implementare le condizioni che permettano di ridurre il ricorso alla forza e alla violenza di massa fino alla completa disapplicazione di questi metodi. La guerra, come le malattie letali, deve essere prevenuta e curata. La violenza non è la medicina giusta: non cura la malattia, uccide il paziente.

L’abolizione della guerra è il primo e indispensabile passo in questa direzione.

Già il 7 novembre del 1991, subito dopo la prima guerra del Golfo (cui la NATO aveva partecipato non ufficialmente, ma con sue forze e strutture) il Consiglio Atlantico approvò il Nuovo Concetto Strategico, ribadito ed ufficializzato nel vertice dell’aprile 1999 a Washington, che impegna i paesi membri a condurre operazioni militari in “risposta alle crisi non previste dall’articolo 5, al di fuori del territorio dell’Alleanza”, per ragioni di: sicurezza globale, economica, energetica, e migratoria.

Da alleanza che si impegna ad assistere, anche con la forza armata il paese membro, che viene attaccato, la Nato viene trasformata in alleanza che prevede l’aggressione militare.

La nuova strategia è stata messa in atto con le guerre in Jugoslavia, in Afghanistan, in Libia e le azioni di destabilizzazione in Ucraina, in alleanza con forze fasciste locali, ed in Siria.

In Libia le precedenti incursioni della sedicente “comunità internazionale” hanno ridotto una nazione prospera e pacifica in un ammasso di rovine, lacerato da cento fazioni, percorso da bande di predoni, tutti impegnati a depredare i libici delle loro risorse petrolifere e idriche.

Dopo aver utilizzato i cosiddetti “dittatori arabi” come pretesto per le loro aggressioni, questi paesi ora fingono di voler combattere il jiadismo terrorista di Isis e Al Nusra, da loro stessi creato e diffuso dall’Africa al Medioriente, dall’Asia all’Europa, in una spaventosa escalation di crimini di guerra e contro l’umanità.

Non si può capire la questione dell’ISIS, se non collegandola all’interesse strategico che riveste la regione del Medio Oriente, per il controllo e la gestione di uno dei bacini mondiali più importanti, di riserve di petrolio e di gas naturale.

In questo senso è miope qualsiasi analisi della questione che non rimetta al centro del discorso la questione dell’imperialismo nella regione.

L’ISIS non è che l’ultimo tassello di un processo iniziato almeno all’inizio degli anni ’80, quando cioè gli USA iniziarono a sostenere politicamente, militarmente e finanziariamente il fondamentalismo islamico per combattere i Sovietici in Afghanistan.

Da allora fiumi di denaro e armi sono finiti per vie dirette o indirette nelle organizzazioni del “Fronte al-Nusra”, dell’Emirato islamico dell’Iraq e dell’ISIS.

Nel 2014 Hillary Clinton ammetteva candidamente le responsabilità americane nella nascita dell’ISIS: “Abbiamo fallito nel voler creare una guerriglia anti Assad credibile.

Era formata da islamisti, e mercenari. Il fallimento di questo progetto ha portato all’orrore a cui stiamo assistendo oggi”.

Per decenni gli USA e i loro alleati hanno continuato, seppur a fasi alterne, ad “usare” il terrorismo islamico per i loro scopi geopolitici.

Se è impossibile dimostrare con prove certe che ogni attentato islamico contro l’Occidente sia stato attuato in collaborazione con la CIA è certo che attentati clamorosi come quello dell’11 settembre 2001 siano stati la scusa perfetta per giustificare l’invasione e occupazione di due paesi del Medio Oriente (Iraq e Afghanistan) che non erano allineati con gli interessi degli USA.

Occorre altresì ricordare che finora il terrorismo islamico ha colpito con la maggiore durezza in due paesi (Libia e Siria) anch’essi non proni agli interessi dell’Occidente. La differenza nella tenuta di tali governi sta nel fatto che nel secondo caso è stato decisivo il risoluto sostegno militare e politico offerto da altre potenze di primo piano quali Russia e Cina.

La Siria non è un paese ricco di risorse energetiche, ma occupa una zona strategica per il passaggio di un gasdotto che, partendo dal Qatar, permetterebbe all’Europa di svincolarsi dalla dipendenza energetica russa.

La Siria dal canto suo propone un progetto alternativo che, giocando sull’asse Iraq-Iran, avrebbe l’ulteriore aggravante di tagliare fuori politicamente e finanziariamente enormi investimenti occidentali.

Gli USA, che potrebbero essere interessati solo marginalmente dalla questione, in realtà guardano in prospettiva, vedendo nel regime di Assad un ostacolo al proprio dominio geopolitico nella regione, rimanendo quest’ultimo il penultimo ostacolo (l’ultimo è l’Iran) al predominio assoluto a stelle e strisce.

Per gli USA è quindi strategico eliminare Assad e ottenere un “governo amico” che ribalti la storica politica di amicizia russa del Paese e che, ponendo fine al “socialismo” arabo dell’ideologia Baath, liberi completamente il mercato siriano per gli investimenti esteri.

Ciò spiega perché Obama non abbia alcun interesse ad accogliere l’appello russo di unirsi nella lotta contro l’ISIS, bensì insista ad affermare che l’unica maniera per risolvere il problema del terrorismo è attraverso un rinnovamento politico “democratico” del governo siriano.

In tutto questo quadro l’Italia si conferma Paese servo dell’imperialismo USA, incapace di ottenere alcun vantaggio dalla questione.

Nel 2012 il volume degli scambi tra Italia e Siria toccava i 2,3 miliardi di euro, con un aumento di 102,7 punti percentuali rispetto all’anno precedente, ma con l’allineamento alle sanzioni imposte dall’Unione Europea al regime di Damasco, il paese ha rinunciato di fatto al suo ruolo di principale partner economico europeo e di terzo partner mondiale dopo Cina e Arabia Saudita.

Le importazioni italiane dalla Siria riguardavano principalmente il settore petrolifero (circa il 90 per cento del totale). Ai 55 mila barili di greggio giornalieri destinati all’Italia, andavano aggiunti prodotti bituminosi e altri derivati, raffinati da Eni, Italiana Energia e Saras.

L’Italia esportava in Siria derivati della raffinazione del petrolio (circa il 42 per cento dell’export totale), attrezzature e apparecchiature elettriche e meccaniche, prodotti chimici e metallurgici.

Tutto questo commercio è andato perso per allinearsi alla volontà degli USA.

Da segnalare che l’Italia è stato il primo fornitore di armi della Siria e dei 27 milioni e 700 mila euro di armamenti venduti dai Paesi UE alla Siria dal 2001, ben 17 milioni erano forniture italiane, una percentuale irrisoria rispetto all’intero volume degli scambi e purtuttavia degna di nota vista la tipologia di merce.

Più in generale ammonta a oltre 2,5 miliardi di euro il giro d’affari dell’esportazione di armi nei paesi islamici dall’Italia, pari al 40 per cento dell’intero export nel settore bellico quantificabile in 6.745 milioni di euro.

Ogni 100 euro incassati dalle imprese italiane per la vendita e la fornitura di armamenti, circa 40 provengono dai Paesi battenti bandiera islamica.

Per quanto non si possa non addolorarsi per le innocenti vittime del popolo francese, non si può non condannare l’esasperante operazione mediatica messa in atto dalla propaganda occidentale, la quale più di tutte ha la responsabilità di creare un clima di terrore presso gli italiani, su un pericolo senz’altro reale, ma che andrebbe inquadrato nelle giuste proporzioni.

Basti questa provocazione: quante sono state quest’anno le vittime causate dal terrorismo dell’Isis nel nostro Paese? Di certo, però nel 2015 le morti bianche sui luoghi di lavoro sono state finora più di 600. Se i padroni ammazzano parecchie centinaia di volte in più rispetto ai terroristi perché non si dà uguale risalto alla questione?

E perché il centinaio di morti di Parigi vale di più dei 200 russi sul Sinai o dei 24 mila esseri umani che muoiono ogni giorno di fame a causa delle politiche imperialiste nel mondo?

Questi sono dati reali su cui occorrerebbe riflettere attentamente cercando di capire i meccanismi di manipolazione tesi a favorire e legittimare ulteriori scorribande neocoloniali in Medio Oriente.

L’Italia si deve sganciare da questa strategia di guerra permanente, che viola la nostra Costituzione, in particolare l’articolo 11, e danneggia i nostri reali interessi nazionali.

Il governo italiano ci rende corresponsabili di questo immenso oceano di sangue. La nostra Costituzione lo rifiuta. Le guerre d’aggressione sono il massimo crimine contro l’umanità. I popoli hanno diritto all’autodeterminazione.

La sudditanza alla Troika, le scelte politiche dei vari governi che si sono succeduti negli anni, l’appartenenza alla Nato priva la Repubblica italiana della capacità di effettuare scelte autonome di politica estera e militare, decise democraticamente dal Parlamento sulla base dei principi costituzionali.

L’appartenenza alla Nato rafforza quindi la sudditanza dell’Italia agli Stati uniti, esemplificata dalla rete di basi militari Usa/Nato sul nostro territorio che ha trasformato il nostro paese in una sorta di portaerei statunitense nel Mediterraneo.

Particolarmente grave è il fatto che, in alcune di queste basi, vi sono bombe nucleari statunitensi e che anche piloti italiani vengono addestrati al loro uso. L’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione nucleare, che ha sottoscritto e ratificato.

L’Italia, facendo parte della Nato, deve destinare alla spesa militare in media 52 milioni di euro al giorno secondo i dati ufficiali della stessa Nato, cifra in realtà superiore che l’Istituto Internazionale di Stoccolma per la Ricerca sulla Pace quantifica in 72 milioni di euro al giorno.

Secondo gli impegni assunti dal governo nel quadro dell’Alleanza, la spesa militare italiana dovrà essere portata a oltre 100 milioni di euro al giorno.

È un colossale esborso di denaro pubblico, sottratto alle spese sociali, per un’alleanza la cui strategia non è difensiva, come essa proclama, ma offensiva.

Ciò oltre a determinare la spartizione del mondo tra capitalisti, all’arricchimento di pochi, sta provocando l’esodo di centinaia di migliaia di persone, uomini, donne, bambini, vecchi, che hanno una sola colpa quella di esistere e di trovarsi nel posto sbagliato.

Un crimine di proporzioni inaudite e chi sono i carnefici di ciò, oggi alzano muri, barricate, o fingono di aiutare attraverso guerre umanitarie.

Ma tutto ciò viene nascosto e stravolto da un apparato mediatico bugiardo, legato alle centrali del bellicismo imperialista e alle sue industrie delle armi, sostiene una serie ininterrotta di aggressioni nel segno di un nuovo e più letale colonialismo, che distrugge Stati, stermina popoli, provoca l’immensa tragedia dei rifugiati, volge enormi risorse economiche in distruzione e morte sottraendole a ospedali, scuole, welfare.

Tali scelte obbliga i governi alla riduzione e eliminazione di diritti fondamentali, alla distruzione dello stato sociale, per far fronte alle scelte imposte dalla Troika circa il pareggio di bilancio e la necessità di privatizzate tutto ciò che è bene nazionale.

Infatti è consapevole, è politica, la scelta del Governo a mantenere nella totale inadeguatezza il Fondo Sanitario Nazionale, si conferma una scelta di restrizioni nell’erogazione delle prestazioni sanitarie, e le conseguenti chiusure di strutture ospedaliere e servizi territoriali.

Il diritto alla salute diventa secondario, in violazione della Costituzione, rispetto alle compatibilità finanziarie dello Stato e agli obiettivi economici posti da Maastricht, e dalla Troika.

Una volta condiviso questo stato di cose, le scelte non possono essere che quelle della destrutturazione dei servizi pubblici fino alla loro quasi totale eliminazione, per favorire l’esodo verso il privato.

Sul lavoro, la mancanza di un vera politica industriale ha favorito la fuga delle aziende dall’Italia e le privatizzazioni di alcuni settori favoriscono delocalizzazioni desertificando il nostro territorio come sta accadendo con  Alenia, è chiaro che dopo la svendita dello stabilimento di Capodichino l’obbiettivo è smantellare non solo Capodichino ma tutto il comparto meridionale di Alenia con la probabile chiusura dello stabilimento di Nola condizionando fortemente anche lo stabilimento di Pomigliano.

La complicità del governo alla fuga della Fiat, sta causando la perdita di migliaia di posti di lavoro, milioni di ore di cassa Interazione, e la mancanza tutt’oggi di un vero piano industriale.

A differenza degli ottimismi di facciata, dai dati di bilancio 2015 e dalle prime previsioni 2016 per FCA si prospettano molte nubi all’orizzonte.

Si prospetta un nuovo fallimento per l’ultimo piano FCA 2014-2018

Il fatto che Marchionne non parli più dell’obiettivo di vendita di 7,5 milioni di Auto per il 2018 non è solo per “prudenza”, come è stato detto ma in realtà nasconde il fallimento del suo piano.

Per Pomigliano rimane solo la panda attuale che come tutti sappiamo non può occupare l’intero organico, la vettura Alfa che si prevedeva venisse assegnata al nostro stabilimento andrà in produzione dopo il 2020, e la nuova panda verrà prodotta in Polonia.

La Fiat e il suo amministratore delegato hanno dimostrato di non essere credibili: hanno annunciato piani ottimistici non supportati dagli investimenti necessari per attuarli.

Marchionne non solo sta distruggendo l’industria automobilistica Italiana, ma insieme al governo Renzi, e alla Confindustria stanno distruggendo tutti i diritti e le tutele guadagnati dai lavoratori con le dure lotte degli anni Sessanta e Settanta.

La legislazione del governo Renzi per ultimo ha con il Job Act instaurato un regime di grande ricattabilità del lavoro.

Sul terreno contrattuale il testo unico del 10 gennaio 2014 accoglie il modello Marchionne estendendo così a tutto il mondo del lavoro un sistema autoritario e liberticida per i diritti sindacali che pretende di impedire ai lavoratori di potersi organizzare e difendersi sul posto di lavoro.

Oggi è il diritto di sciopero ad essere messo in discussione sia con i provvedimenti del governo che con le proposte di legge depositate in parlamento ma anche il rischio di un nuovo patto sociale che sacrifica le libertà sindacali e la contrattazione modificando lo STATUTO DEI LAVORATORI, a favore di un modello corporativo che salva Cgil, Cisl, Uil.

Il padronato manifesta da sempre la volontà di mettere in discussione il grande valore di solidarietà di classe acquisito dai contratti nazionali di lavoro, soprattutto a partire dagli accordi della fine degli anni sessanta.

Ma questa volontà ha assunto una determinazione maggiore dopo la crisi economica del 2008, quando le politiche neoliberiste avevano già prodotto un importante arretramento dei rapporti di forza, a sfavore del movimento dei lavoratori.

Fu nel 2009, infatti, che la Confindustria tentò di convincere i sindacati a stipulare un accordo interconfederale che imponesse uno svilimento di quel valore solidaristico.

E’ sullo sfondo di questo contesto la stesura del Nuovo Statuto di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori, che ha preso il nome di “Carta dei diritti universali del lavoro”; è già stata presentata e adesso viene sottoposta al giudizio degli iscritti tramite una consultazione straordinaria, per poi raccogliere le firme per poterlo presentare in parlamento attraverso l’“iniziativa popolare”.

L’ambizione è quella di riscrivere i diritti dei lavoratori, uno Statuto “del terzo millennio”, che abbia lo stesso impatto e importanza che ebbe la legge 300 del 1970, che fu la conseguenza delle grandi lotte operaie che toccarono il loro apice nel 1969 e che sempre più spesso si saldavano con le lotte studentesche e del movimento anticapitalista esploso nel ’68.

Una Carta con una visione neocorporativa proveniente direttamente dal fascismo. Non a caso nella mussoliniana “Carta del Lavoro” del 1927 vi è un articolo pressoché identico che ricorda come l’organizzazione sindacale sia libera “ma solo il sindacato legalmente riconosciuto e sottoposto al controllo dello Stato, ha il diritto di rappresentare legalmente tutta la categoria di datori di lavoro o di lavoratori”.

Tutto è subordinato alla registrazione vagliata da un’apposita commissione a cui i sindacati si dovranno sottoporre. Sarà ancora il Testo Unico a stabilire le modalità. Inoltre chi vuole essere accreditato dallo Stato deve preventivamente accettare le regole del Testo Unico che prevede penali a chi contesta gli accordi e anche enormi limitazioni al diritto di sciopero.

Le clausole, le imposizioni e le limitazioni prima elencate servono a rappresentare più i sindacati che i lavoratori, sono cucite su misura per mantenere il monopolio di Cgil-Cisl-Uil a discapito dei sindacati conflittuali.

Una riproposizione dell’elettoralismo politico deli ultimi 20 anni, “che punisce coloro che sono contrari al pensiero unico dominante”, in chiave sindacale a discapito della democrazia diretta e del protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori.

Sicuramente saranno il governo e gli industriali a beneficiarne, poiché costoro raffredderanno i confitti nelle aziende, avranno di fronte interlocutori affidabili e propensi alla collaborazione, eviteranno più facilmente strascichi e scioperi quando saranno contestati gli accordi come avvenuto in Fiat.

E’ evidente che l’intento è quello di eliminare l’ultimo baluardo di democrazia e di tutele dei lavoratori. (visto l’importanza della materia stiamo preparando un documento ben dettagliato dove si affrontano tutti i 97 articoli di cui e composta).

La Carta dei diritti universali del lavoro non contrasta in alcun modo la perdita dei diritti ma la certifica. E’ l’ennesima prova di come la Cgil, al pari di Cisl e Uil, e tutti coloro che la sostengono, siano omologati non solo al capitalismo, ma anche al regime neofascista imperante che ha oramai stracciato la Costituzione del ’48 riscrivendola da destra.

Tutte queste O.S. sono sempre più distanti da coloro che dovrebbero rappresentare, le lavoratrici e i lavoratori, sempre più complici del governo e degli interessi del capitalismo italiano, di fatto sono già sindacati istituzionali che hanno la loro parte di responsabilità nella politica dei redditi, nell’impoverimento dei lavoratori, nell’allontanamento dell’età pensionabile e nello smantellamento del vecchio sistema previdenziale pubblico, nello svuotamento del contratto nazionale di lavoro a favore di quelli aziendali. Manca solo la loro registrazione e una legge che ufficialmente li dichiari istituzioni dello Stato Capitalista.

Stando così le cose occorre un radicale cambiamento. In fondo anche parte dei cosiddetti “sindacati di base” chiedono di avere una fetta della stessa torta.

La vicenda dell’USB, uno dei maggiori di questi sindacati, è emblematica. Ha condannato il Testo Unico sulla rappresentanza, ma poi ha finito per firmarlo per non perdere quei diritti; permessi retribuiti, deleghe, distacchi sindacali, che l’accordo concede solo ai firmatari, creando scompiglio e scissioni all’interno di quella organizzazione.

Nessuno di questi sindacati-partito fin qui ha osato criticare a fondo la Carta. Tranne la CUB, il SiCobas, lo Slai Cobas.

Ma è evidente che le responsabilità non sono solo da addebitare al governo, ai partiti e sindacati complici delle scelte liberiste a favore del capitalismo, ma in particolar modo all’indifferenza del popolo, che preferisce subire passivamente, semmai lamentandosi ma non opponendosi in tutti i modi a questi processi distruttivi.

Per organizzare una lotta di contrasto al continuo peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, è indispensabile sconfiggere l’indifferenza e la rassegnazione dei lavoratori, indotti ad accettare passivamente, come se si trattasse di un fato ineluttabile la loro condizione di subalternità.

Aspettare supinamente che chi è complice dello sfascio industriale, chiami i lavoratori alla lotta sarebbe una scelta negativa e suicida per gli interessi immediati e futuri degli operai.

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