Confederazione Unitaria di BaseCUB-Commissioni Parlamentari

Audizione in via telematica della CUB al Senato della Repubblica XI Commissione permanente Lavoro Pubblico e Privato, Previdenza Sociale.

Onorevoli senatori,
l’emergenza sanitaria determinata dalla pandemia in atto, anche qualora fosse confermato il trend in atto di diminuzione dei contagi e dei decessi, peraltro ambedue lungi dall’essere azzerati, rischia di produrre ricadute economiche, già preannunciate da alcuni indicatori statistici. Per la tenuta sociale del Paese è necessario che queste non si traducano in una ferita occupazionale, in termini di perdita di posti di lavoro e di precarizzazione di quelli esistenti.

E’ chiaro che oggi il peso delle difficoltà economiche è sentito più che dalle grandi aziende, in molte delle quali la produzione è continuata, anche e soprattutto dalla media e piccola impresa, dagli artigiani, dal commercio al dettaglio, dal turismo e dallo spettacolo con tutte le attività connesse. È difficile stimare l’impatto che si determinerà in certi ambiti produttivi, in particolare nei settori alberghiero, della ristorazione e dei trasporti.

Pensiamo in particolare a tutto il comparto del Trasporto Aereo, aeroportuale e del suo indotto, settore che per primo ha subito un crollo verticale delle attività e che anche in questa vicenda ha manifestato il suo valore strategico, a partire da Alitalia. Perfino il settore della Sanità ha mostrato grandi difficoltà e registriamo con disappunto che in alcune Residenze Sanitarie Assistenziali, dato il calo della domanda, la proprietà preferisce il ricorso alla cassa integrazione piuttosto che il miglioramento dei servizi di assistenza.

Una stima attenta delle ricadute è resa più complessa, in molti settori, anche per l’abuso di lavoro precario, stagionale, atipico, intermittente, a partita IVA e di tutte le altre forme esistenti in Italia di sfruttamento del lavoro non stabile. Queste non sono affatto diminuite negli ultimi anni e, a tale riguardo è doveroso ricordare anche la piaga del lavoro nero e illegalmente intermediato. Anche questi lavoratori, presenti in ogni settore del sistema produttivo italiano, dovranno essere tutelati. Merita inoltre citare il sottobosco di appalti e subappalti che caratterizzano sia il lavoro privato sia quello pubblico, anche in settori vitali per la riproduzione sociale quali l’istruzione, l’educazione, l’assistenza e, addirittura, la sanità.
Tutte queste situazioni di sfruttamento dovranno essere contrastate e, in prospettiva, sradicate, rafforzando il peso delle istituzioni di controllo e agendo con la massima severità.

Riteniamo assolutamente necessario affrontare questa grave emergenza attraverso misure che garantiscano lavoro e reddito per tutti salvaguardando le condizioni di particolare gravità relative a coloro
che erano già senza lavoro e che rischiano il licenziamento. Pensiamo alla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, misura indispensabile per assicurare maggiori opportunità occupazionali a tutti e per riarticolare i turni di lavoro a fini di sicurezza; pensiamo ad un reddito garantito e un salario universale che non può e non deve scendere sotto la soglia dei 1.000 euro al mese, se davvero si vogliono assicurare livelli perlomeno di sopravvivenza a quelle fasce della popolazione, la cui condizione di povertà rischia di approfondirsi ponendole ai margini della società.

Le risorse necessarie ci sono. Si trovano nelle capacità di ripresa del Paese e, specialmente, nelle grandissime ricchezze accumulate in questi anni segnati dalla precarizzazione del lavoro e dall’ampliamento delle diseguaglianze. Si tratta quindi di agire con le dovute leve fiscali e patrimoniali imporre maggiore equità e progressività delle imposte, tassa patrimoniale sulle grandi ricchezze e vera lotta all’evasione fiscale. Tutto ciò in un quadro di contrasto alla fuga dei capitali verso i paradisi fiscali: è ora di imporre un ritorno a “casa” delle imprese che hanno trovato “alloggio” in Olanda, Lussemburgo, Irlanda e in altri stati alla ricerca di condizioni fiscali di favore.

Le difficoltà evidenziate dall’emergenza dimostrano l’assoluta inadeguatezza del libero mercato come elemento regolatore. In questi due mesi abbiamo piuttosto osservato l’emergere di comportamenti predatori di certi suoi attori quali speculazioni sui prezzi, tentativi di aggiotaggio e altro. Affrontare concretamente la nuova fase impone quindi un consistente ed allargato intervento pubblico diretto, in campo economico. Altri, già prima della diffusione del coronavirus e dei danni prodotti dalla pandemia, hanno parlato di una nuova IRI: una scelta che non si può rimandare ancora, data l’urgenza di ripresa del Paese e la probabile convivenza con l’attuale minaccia alla salute, nel medio periodo.

A questo scopo non servono le grandi opere, la TAV su tutto, di cui fino a ieri si è fatto un gran parlare,
Anzi proprio nell’attuale momento esse mostrano la loro totale inutilità. Serve piuttosto mettere in sicurezza il Paese, dissestato da speculazioni di ogni genere: risanare il territorio e preservarlo dai rischi idrici e geologici; manutenere e ricostruire le infrastrutture viarie garantendo ponti e viadotti, risanare, scuole, asili e ospedali; garantire la disponibilità di abitazioni popolari. Serve rifinanziare l’istruzione,
l’Università e la Ricerca
per far sì che l’Italia non resti indietro.

Quanto è accaduto nella nostra Sanità, nel corso dell’emergenza, dev’essere un monito per il futuro: le politiche di privatizzazione e di aziendalizzazione, con la conseguente frammentazione degli interessi e
delle responsabilità, si sono rivelate fallimentari e devono essere abbandonate. E’ d’obbligo tornare il più rapidamente possibile ad un sistema sanitario pubblico e nazionale, adeguatamente rifinanziato, in cui non ci sia più spazio per l’esternalizzazione di attività che, oltre allo sfruttamento del lavoro, hanno determinato un degrado generalizzato dell’intera filiera, rimasta in piedi solo grazie allo sforzo, alla professionalità e all’ abnegazione manifestata dal personale del settore, nonostante le condizioni di precarietà e di bassi salari che caratterizzano tutti i livelli e le mansioni.

La Cub non condivide le affermazioni, riferite dalla stampa e attribuite al Ministro Gualtieri, su una presunta indisponibilità dello Stato ad entrare nella governance delle aziende che saranno sussidiate da aiuti pubblici: deve finire l’epoca della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti.
Qualunque iniezione di danaro pubblico nel capitale delle imprese si deve tradurre in una partecipazione di peso alle scelte di politica aziendale. Non si tratta di una rivendicazione ideologica ma di puro buon senso oltreché della tutela degli interessi collettivi, a fronte di finanziamenti erogati dallo Stato, cioè da tutti.

È appena opportuno sottolineare che sono invece le rigide regole sul divieto degli aiuti di Stato a mostrare oggi la loro vera natura di retaggio ideologico sorpassato e irrealistico: alla luce di questa considerazione si tratta di agire con grande determinazione per la difesa del nostro tessuto produttivo. A questo scopo serviranno investimenti pubblici in molti settori strategici (Chimica, Farmaceutica, Siderurgia, Telecomunicazioni, Trasporti, ecc.), affinché non si parta sfavoriti nel contesto concorrenziale europeo le imprese francesi e tedesche beneficiano già di sostegni ingenti, come accade, ad esempio, nel trasporto aereo. Noi siamo consapevoli di questa necessità tuttavia riteniamo paradossali e irricevibili le ripetute richieste, formulate dal neo presidente di Confindustria, al fine di ottenere aiuti incondizionati e a pioggia per le imprese: un tipico esempio di assalto alla diligenza.

La Cub ritiene invece che il controllo sia necessario e che debba essere stringente, vincolando l’erogazione degli aiuti alla rinuncia delle aziende a delocalizzare la produzione e ad operare riduzioni di personale.
Controlli stringenti si devono effettuare anche per verificare la veridicità delle dichiarazioni aziendali e l’impiego degli eventuali sostegni pubblici. Verifiche che si devono estendere in maniera estremamente rigorosa anche anche all’ambito degli appalti, subappalti, delle partite iva e del precariato in genere proprio lì si annidano pratiche di sfruttamento inaccettabili e illegittime. A nostro avviso è opportuno che pure il ricorso agli ammortizzatori sociali, di fatto un aiuto anche per le imprese, sia controllato e condotto fuori dalla “logica bancomat”, spesso adottata da (im)prenditori senza scrupoli, cioè fuori da quella logica che fa degli ammortizzatori uno strumento indebito di finanziamento delle imprese a danno della collettività. E’ altresì vero che, posto e accertato il rispetto di tali condizioni, l’accesso agli aiuti si debba concretizzare senza i ritardi che stanno subendo sia le imprese sia i lavoratori. Riteniamo inoltre necessario valutare le modalità di erogazione di aiuti a quelle imprese che, prima dell’emergenza sanitaria e del conseguente lockdown, avevano realizzato profitti ingenti, con distribuzione di dividendi consistenti agli azionisti: qualunque eventuale aiuto dovrà essere visto e misurato alla luce degli investimenti che l’azienda stessa può e deve effettuare in proprio. Si pensi al caso di Aspi, ad esempio, o ad AdR: aziende concessionarie che hanno beneficiato di rendimenti stellari per anni e che hanno risorse proprie da investire prima di ricorrere a qualunque aiuto pubblico.

Merita attenzione la necessità di garantire la tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori nella ripresa delle attività. L’Italia non si può permettere altre situazioni come Bergamo, le cui responsabilità sono identificabili e facilmente ascrivibili a quelle imprese ed istituzioni locali che hanno mostrato comportamenti colpevolmente incoscienti e insistito per evitare la chiusura. A tale proposito è di assoluta evidenza l’urgenza della distribuzione capillare dei DPI per i lavoratori, in ogni luogo di lavoro e la loro ricorrente sanificazione.

Mascherine, guanti, occhiali, tute di protezione, barriere in plexiglass, misurazione della temperatura e test sierologici devono essere adottati e resi disponibili/accessibili a tutti i lavoratori in tutte le filiere che
riprenderanno la produzione. È necessario coinvolgere gli RLS, effettuare la rivalutazione dei DVR, introdurre l’esame del rischio biologico che la pandemia ha diffuso in ogni ambiente di lavoro. È inoltre, è necessario predisporre modalità di accesso ai luoghi di lavoro tali da rendere le linee di trasporto pubblico efficienti e sicure nel rispetto delle misure di distanziamento previste. A due mesi dall’inizio dell’emergenza sanitaria non sono più tollerabili i rinvii e i ritardi che si sono verificati in ogni settore, anche in quelli più esposti come la Sanità, i Trasporti, ecc…

Per garantire salute e sicurezza serviranno controlli capillari e costanti, effettuati da personale preparato.
È quindi indispensabile potenziare gli enti ispettivi dell’INL (Ispettorato del Lavoro, Inps e Inail) perché la questione della sicurezza sul lavoro deve tornare al centro dell’attenzione, anche in considerazione del fatto che nonostante questo periodo di blocco delle attività si continuano a contare morti sul lavoro. Un Paese che fa i conti costantemente con uno stillicidio di tragedie non è più sopportabile.

Una particolare riflessione va dedicata al lavoro femminile. La crisi sanitaria non ha fatto che accentuare disparità e problemi chiari e preesistenti. Il documento ISTAT più recente sull’occupazione femminile
mette in luce che, nonostante un aumento del 16% del tasso di occupazione femminile nei quarant’anni che vanno dal 1977 al 2018, l’Italia continua a manifestare un “divario di genere” nei tassi di occupazione tra i più alti di Europa (circa 18 punti su una media europea di 10). Desta particolare preoccupazione la situazione al Sud, dove soltanto il 32,2% delle donne tra i 15 e i 64 anni lavora.

L’inizio della “fase 2” ha messo in evidenza come siano tornati a lavorare gli uomini e non le donne:
su 4,4 milioni di persone che hanno ripreso la loro attività lavorativa, 3,3 milioni sono uomini (il 74,8% del totale) e 1 milione e 100mila donne (il 25,2%). Soltanto il 44, 1% delle lavoratrici rimaste a casa per effetto dei vari decreti è tornato (o tornerà) al lavoro dal 4 maggio, a fronte di una quota molto più alta per gli uomini (72,2%). Ciò ha a che fare con il rifluire in ruoli tradizionali, per cui è il padre a riprendere il lavoro, mentre l’accudimento familiare è affidato alla madre. Vediamo, in questo momento due nuovi pericoli per la situazione lavorativa delle donne: il primo, per le famiglie con figli minori, è rappresentato dalla mancata riapertura delle scuole e dalla necessità di provvedere alla cura dei figli lungo tutto l’arco della giornata. Il secondo coincide con l’acritica diffusione del telelavoro, che rappresenta una reale minaccia per le donne lavoratrici. Far coincidere luoghi di vita e luoghi di lavoro non è un’idea brillante,
come l’espressione smart-working vorrebbe farci credere. Le donne hanno sperimentato in questi due mesi cosa significhi lavorare da casa, in un contesto in cui, magari, non si ha una camera per sé e si è costrette a lavorare in spazi comuni, in una situazione in cui le faccende domestiche si intersecano con il tempo di lavoro. Confinare le donne in casa e spingerle verso il lavoro domestico significa soltanto un ulteriore regresso, una spinta verso quel lavoro a domicilio che ha caratterizzato fino a tempi recenti l’occupazione femminile in Italia.

Chiediamo che l’uscita dalla crisi sanitaria favorisca la correzione delle storture evidenziate, tenendo anche nel dovuto conto che le donne, prevalentemente impiegate in lavori riproduttivi, come sanità,
scuola, servizi, commercio hanno fortemente contribuito a far sì che questi tempi eccezionali abbiano una veste di normalità
. A questo proposito osserviamo come la scandalosa femminilizzazione di alcuni settori, prima tra tutti la scuola (le donne vi rappresentano l’82% del totale), evidenzi la tendenza a far scivolare nel “lavoro di cura” (quasi una continuazione del lavoro domestico) qualsiasi attività a prevalente presenza femminile. La conseguenza è che questo “lavoro di cura”, anche quando riguardi settori essenziali quali l’istruzione o la salute, è pagato il maniera indecorosa. Retribuzioni dignitose e adeguati servizi di sostegno alle famiglie sono i fattori indispensabili per un percorso di emancipazione delle lavoratrici.

Perciò riteniamo necessario agire per fare in modo che non si allarghi il divario di genere. Servono quindi investimenti finalizzati a favorire il lavoro femminile e ad eliminare i fattori che lo penalizzano maggiormente: minore accesso alle figure apicali, maggiore diffusione di lavori part-time non liberamente scelti, carriere discontinue e stipendi inferiori. È scandaloso che i guadagni medi degli uomini siano del 25% superiori a quelli delle donne (dati del 2017) e che la presenza di figli sia tuttora un ostacolo all’occupazione femminile. Si è fin qui fatto troppo poco per favorire la conciliazione dei tempi di lavoro e dei tempi di vita e, vista l’oggettiva arretratezza anche dei rapporti privati tra i generi, è necessario che vi siano appositi interventi normativi volti a garantire, ad esempio, che i tempi di accudimento dei figli siano spartiti il più equamente possibile. Altri interventi dovranno essere volti a fornire alle famiglie un maggiore supporto nell’accudimento dei minori e degli anziani, sia in termini di sostegno economico sia di servizi.

Onorevoli senatori,

la pandemia in atto ha creato e creerà pesanti ripercussioni al nostro Paese ma ci offre anche la possibilità di ripensare la nostra società e fondarla, in base ai principi di equità e sostenibilità, su nuovi rapporti sociali, nuove relazioni tra le persone e su attività economiche rispettose dell’ambiente e del lavoro. A tale proposito è indispensabile assicurare la piena esigibilità del diritto di sciopero e dei diritti sindacali per tutti i lavoratori e per tutte le organizzazioni sindacali alle quali essi aderiscono, assicurando parità di trattamento alle stesse. Per realizzare ciò serve una legge sulla rappresentanza sindacale che, garantendo questi diritti, elimini le discriminazioni oggi esistenti.

Roma 5.5.2020

per la Confederazione Nazionale di Base

Antonio Amoroso

CONFEDERAZIONE UNITARIA DI BASE
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